giovedì 9 aprile 2009

Roma 14apr.'09Il rapporto lavoro-famiglia nella Dottrina sociale della Chiesa”di S.E. mons. Vescovo Gianpaolo Crepaldi Iustitia et Pax ROMA

Il rapporto lavoro-famiglia nella Dottrina sociale della Chiesa

di S.E. mons. Vescovo Gianpaolo Crepaldi segretario commissione Iustitia et Pax -Roma-

La Dottrina sociale della Chiesa ha prodotto un grande patrimonio di riflessioni sul rapporto tra famiglia e lavoro, dalla Rerum novarum di Leone XIII, con l’idea del salario familiare, alla Laborem exercens di Giovanni Paolo II, con la visione della famiglia come scuola di lavoro. Il nesso ha origine nella originarietà delle due esperienze. Sia la famiglia che il lavoro sono realtà naturali, fortemente connesse con l’essere persona. Ambedue rappresentano una “vocazione”, in quanto sono luoghi nei quali la persona è chiamata a diventare sempre più se stessa. Sia nella famiglia che nel lavoro tutta la persona è presente e non solo suoi aspetti particolari. Per questo è innaturale che la famiglia e il lavoro configgano tra loro, come invece spesso accade a causa di una cattiva organizzazione economica e sociale. Quando questo accade significa che o la famiglia o il lavoro – o ambedue – non sono state considerate e trattare come meritano. Il rapporto famiglia-lavoro fa da cartina al tornasole sia per le politiche della famiglia sia per quelle del lavoro, che non dovrebbero mai essere pensate come separate.

Dal punto di vista sociologico sia la famiglia che il lavoro sono molto cambiati nel tempo, a seguito anche di nuovi fenomeni culturali. Alcuni di questi cambiamenti sono positivi e richiedono un nuovo incontro tra famiglia e lavoro, tramite nuovi strumenti. Altri, invece, sono negativi, e rischiano di allontanare famiglia e lavoro, a meno che non si attuino politiche nuove, che vadano oltre il “Welfare lavoristico”, politiche, però, che siano anche animate da un altrettanto nuovo quadro culturale di riferimento.

Un punto nevralgico ruota attorno al concetto di relazione. La famiglia è soprattutto relazione, è il luogo della primordiale socializzazione della persona e in famiglia l’uomo apprende virtù e atteggiamenti che poi faranno la differenza anche nella società e sul posto di lavoro. Anche il lavoro è ormai soprattutto relazione. Lo è sempre stato, ma oggi nelle reti della nuova società complessa lo è ancora di più. Non che sia finito il Work, il lavoro pesante e materiale, ma, almeno nelle nostre società avanzate, prevale il Job, il lavoro prevalentemente immateriale e relazionale, oltre la stessa società dei servizi. Qualcuno afferma che la crisi economica in atto ci riporterà indietro, verso l’uomo artigiano, come suona il titolo di un recente libro di Richard Sennet, ma io non lo credo. Anche il nuovo artigianato non sarà più come il vecchio. Famiglia e lavoro sembrerebbero quindi doversi incontrare proprio sulla loro capacità di creare abilità relazionali. Così, però, non è, a causa di un fenomeno che indebolisce le capacità relazionali della famiglia e che si chiama rarefazione familiare. I dati sulla famiglia di quasi tutti i paesi europei mettono senza ombra di dubbio in evidenza che in famiglia le relazioni si stanno assottigliando a causa della diminuzione dei matrimoni e l’aumento delle convivenze, per i divorzi e le separazioni, per l’inverno demografico in atto, per il numero degli aborti e, da ultimo, per una certa prassi eugenetica che sta montando all’orizzonte. Aumentano le famiglie monoparentali e i figli unici. Aumentano i legami intrafamiliari ad intermittenza. Le esperienze di relazione, così, diminuiscono non solo in quantità ma anche nella gamma della loro qualità: sono sempre più limitate, di corto respiro, di breve durata e standardizzate. Come la famiglia viene sempre più individualizzata, così anche il lavoro viene sempre più individualizzato. Mi chiedo, perciò, se le politiche famigliari e lavoristiche, così caratterizzate dal concentrarsi sull’individuo più che sulla famiglia, siano la causa o lo conseguenza di questo deficit relazionale. Mi chiedo, in altre parole, se la rarefazione famigliare e la corrosione della solidarietà nel mondo del lavoro siano prima di tutto un fatto culturale o un fenomeno sociologico, legato ai nuovi assetti economici. Non credo sia possibile stabilire una priorità, so di certo, però, che oggi nessuna politica riguardante il rapporto tra famiglia e lavoro può essere priva di una connotazione familiare.

Oggi si parla di nuovi modelli di famiglia. Non tutti, però, sono atti a generare relazioni e ad alimentare una vera capacità lavorativa. Non tutti sono ugualmente in grado di animare la società civile mediante legami non opportunistici, ma di vera solidarietà. Non tutti i modelli di famiglia sono in grado di generare socialità, anziché consumarla. L’intermittenza delle relazioni familiari solo apparentemente si uniforma alla intermittenza dei rapporti lavorativi. Non è vero che la flessibilità familiare sarebbe il congruo corrispondente della flessibilità lavorativa. Qui c’è un tragico errore di prospettiva. I lavori non eliminano il lavoro e la modernità lavorativa non toglie, ma anzi richiede maggiormente, la capacità di orientarsi virtuosamente. Noi spesso intendiamo la flessibilità come indifferenza, ma così non è. La maggiore mobilità e complessità del lavoro richiede maggiore forza interiore, più sviluppate capacità di stabilire continuità di relazioni e stili di vita, una maggiore coerenza di visione. La maggiore mobilità richiede più famiglia e non meno famiglia. Bisognerà evitare la flessibilità dell’indifferenza, e supportare invece con solide relazioni familiari e sociali, la mobilità, anche mentale, che le nuove dimensioni del lavoro richiedono. Le politiche del lavoro, quindi, non dovranno tenere presente una famiglia generica, ma la famiglia che produce socialità anziché consumarla, che sa essere – una volta messa in grado – un soggetto sociale vero e proprio. Dei servizi sociali che facciano leva sulla famiglia, si rivolgeranno alla famiglia naturale e tradizionale oppure a certe attuali forme deboli o debolissime di famiglia? La formazione al lavoro che faccia leva anche sui rapporti familiari a che famiglia si rivolgerà? Finora le politiche familiari hanno disincentivato la famiglia naturale e tradizionale. Bisogna farne di nuove che invece la valorizzino e la incentivino, in collaborazione però con altri attori capaci di renderla nuovamente attraente dal punto di vista culturale. Senza una combinazione di politiche fiscali e culturali, il nesso tra famiglia e lavoro è destinato ad allentarsi ulteriormente. E’ paradossale: mentre è sempre più evidente che il lavoro è sempre un “lavorare insieme”, dato che si lavora sempre “con gli altri e per gli altri”, come dice la Centesimus annus, si continua a configurare le politiche familiari e del lavoro in termini individuali. Il cosiddetto “quoziente familiare” rimane ancora molto sullo sfondo e non di rado, pur ponendolo come obiettivo da raggiungere, lungo il percorso si danno vita a singole disposizioni che con esso contrastano, applicando ancora appunto una logica individuale. Le Associazioni familiari che avevano presentato qui in Italia la petizione per un fisco a misura di famiglia hanno in seguito criticato i criteri di assegnazione del cosiddetto “buono famiglia” previsto dal decreto anticrisi del governo, in quanto privilegiava la persona singola alla coppia sposata con prole.

Il lavoro passa sempre di più dalla società civile. La globalizzazione favorisce le concentrazioni, ma assegna anche nuovi compiti al piccolo e al locale. La crisi dello Stato sociale alimenta per forza una Welfare society. Le piccole industrie a base familiare costituiscono ancora il nerbo del nostro sistema produttivo. L’attuale crisi della finanza creativa ci riposta con i piedi per terra, alla concretezza dei rapporti produttivi. Se il lavoro passa sempre più dalla società civile, esso passa sempre di più dalla famiglia, che della società civile è la prima cellula. A meno che non venga inibita, la famiglia svolge compiti sociali di fondamentale importanza, innerva la rete del risparmio produttivo, dirotta energie verso la cura alla persona, fa da ammortizzatore sociale primario in tempi di crisi, anima il volontariato, stabilisce rapporti con la piccola industria e con il credito su base locale, sviluppa una educazione alla socialità di grande importanza per il lavoro. La centralità della società civile nei rapporti tra famiglia e lavoro ci dice che esiste una gamma molto ampia di politiche family friendly, e che molte di esse devono passare appunto dalla società civile. La legislazione sui tempi e sulle condizioni di lavoro, la legislazione sui congedi e sulla sospensione del lavoro, misure per favorire i compiti di cura della famiglia, sostegni da parte di enti pubblici, imprese, terzo settore e reti informali. Le politiche famigliari devono essere articolate ed organiche, devono essere attuate da molti soggetti e non da uno solo, devono prevedere molti interventi su vari piani. Una cosa fondamentale è superare la logica individualistica da una parte e quella della programmazione rigida degli interventi da parte del solo Stato dall’altra. Sappiamo che si tratta di un corto circuito che ha già provocato molti danni in passato.