sabato 5 gennaio 2019

da scenarieconomici.it ***ABBIAMO PAGATO 3.154 MILIARDI DI INTERESSI (valori attualizzati al 2018)+++ABBIAMO REALIZZATO SALDI PRIMARI ATTIVI PER 994 MILIARDI (valori attualizzati al 2018), CIFRA CHE NON HA EGUALI IN EUROPA...e siamo in queste condizioni...

E' IL SALDO PRIMA DEL PAGAMENTO DEGLI INTERESSI













In sintesi, negli ultimi 20 anni (1999-2018) IL DEBITO E’ PASSATO DA CIRCA 1.770 A 2.310 MILIARDI DI EURO (valori 2018) RESTANDO SOPRA AL 110% DEL PIL nonostante il fatto che:

ABBIAMO PAGATO 1.650 MILIARDI DI INTERESSI (valori attualizzati al 2018)

ABBIAMO REALIZZATO SALDI PRIMARI ATTIVI PER 650 MILIARDI (valori attualizzati al 2018)

Sempre in sintesi, negli ultimi 30 anni (1989-2018) IL DEBITO E’ PASSATO DA CIRCA 1.200 A 2.310 MILIARDI DI EURO (valori 2018) AUMENTANDO DAL 90% AL 132% DEL PIL nonostante il fatto che:

*****ABBIAMO PAGATO 3.154 MILIARDI DI INTERESSI (valori attualizzati al 2018)

**************ABBIAMO REALIZZATO SALDI PRIMARI ATTIVI PER 994 MILIARDI (valori attualizzati al 2018), CIFRA CHE NON HA EGUALI IN EUROPA


In conclusione:
***l’Italia ha comunque fatto per 30 anni enormi sacrifici, con risultati sul fronte del risanamento nulli, e straordinariamente negativi sul fronte della crescita;

*****I salari reali sono scesi al livelli del 1997, il PIL procapite è precipitato e la disoccupazione è scesa leggermente soltanto al costo di decine di miliardi di incentivi e della precarizzazione di milioni di persone.

(fonte: da www.scenarieconomici.it)

venerdì 4 gennaio 2019

Papa Francesco ha fatto tre affermazioni: 1) Maria non è nata santa ma lo è diventata; 2) il cristianesimo è rivoluzionario; 3) Meglio essere atei piuttosto che andare in Chiesa e poi comportarsi male. Articolo del prof. Stefano Fontana

Nel giro di pochi giorni papa Francesco ha fatto tre affermazioni dal contenuto molto problematico. Dapprima ha detto che Maria non è nata santa ma lo è diventata perché santi non si nasce ma si diventa. Poi ha detto che il cristianesimo è rivoluzionario. Quindi ha affermato che è meglio essere atei piuttosto che andare in Chiesa e poi comportarsi male: “C’è gente che è capace di tessere preghiere atee, senza Dio, e lo fanno per essere ammirati dagli uomini. E quante volte vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come se fossi ateo. Ma se tu vai in chiesa, vivi come figlio, come fratello e dà una vera testimonianza, non una contro-testimonianza”.

La prima affermazione chiama in causa la corretta interpretazione del dogma dell’immacolata concezione. La seconda si oppone agli insegnamenti di moltissimi pontefici che hanno insegnato l’incompatibilità tra il concetto di rivoluzione e la fede cristiana. La terza è un intrico di gravi questioni teologiche e pastorali che richiedono di essere decrittate tramite un fine lavoro di esegesi che però nessun fedele è in grado di fare. Da qui il “conflitto delle interpretazioni” e lo smarrimento di tanti che si attendono invece dal papa poche e chiare parole. A far confusione, dicono, ci pensiamo già noi.

La terza affermazione sugli atei e gli incoerenti frequentatori della messa è tra l’altro in contraddizione con altri insegnamenti dello stesso Francesco. E’ nota la discussa affermazione della Evangelii gaudium ripresa nella famosa nota 351 di Amoris laetitia secondo cui “l’Eucarestia non è un premio per i perfetti ma un aiuto per i deboli”. Ammesso che sia così, non si capisce perché sia meglio essere atei che andare in chiesa pur essendo cristiani incoerenti. La coerenza qui viene richiesta in modo assoluto, mentre in nome di una superiore misericordia ai divorziati risposati non si chiede più la coerenza di vivere come fratello e sorella secondo le indicazioni di Familiaris consortio 84.

In ogni caso, anche se esaminata in se stessa, la frase presenta delle oscurità teologiche. L’ateismo, quando è colpevole, un tempo era considerato un peccato. Oggi, di fatto, non è più così, perché si pensa che Dio si riveli in tutti gli uomini e quindi anche negli atei. E’ per questo che si concedono le chiese alle cattedre dei non credenti e si permette loro di insegnare (in chiesa) che Dio non esiste. L’ateismo è la situazione dell’uomo che consapevolmente rifiuta Dio. Come è possibile che tale situazione di vita sia preferibile a chi va in chiesa pur non riuscendo poi ad essere cristiano fino in fondo nella vita pratica? In questo modo la coerenza diventa il criterio di valutazione al posto del contenuto di verità. Un ateo coerente sarebbe preferibile ad un cristiano incoerente. Può essere corretto criticare l’ipocrisia, anche se oggi (siamo seri …) quanti vanno in chiesa tutti i giorni “per essere ammirati dagli uomini”?, ma è problematico indicare la coerenza dell’ateo come alternativa.

La frequenza con cui papa Francesco pronuncia frasi problematiche come queste conferma un significativo cambiamento del linguaggio pontificio su cui da tempo si concentrano studiosi e osservatori. L’esempio massimo di questo nuovo codice comunicativo è stata Amoris laetitia. Si tratta di un linguaggio volutamente impreciso, allusivo, evocativo, sfumato, volatile ed ondeggiante. Un linguaggio che propone domande senza risposta, contrapposizioni dialettiche senza sintesi, polarità senza combinazione e spesso usa frasi del tipo “sì...ma” dove il “ma” introduce non solo attenuanti ma eccezioni. E’ un linguaggio per immagini dalla problematica interpretazione teologica più che per concetti: la dottrina come pietre scagliate, la tradizione che non è un museo, il peccato chiamato fragilità, il confessionale che non deve essere sala di tortura … E’ un linguaggio che non chiude ma apre, non precisa ma pone domande, non conferma ma fa nascere dubbi. Un linguaggio “in tensione”, storico, biografico, esistenziale, dinamico, che procede per contrapposizioni e contraddizioni e che inquieta.

La questione principale davanti a questi evidenti cambiamenti su cui, come ripeto, sono stati già scritti libri e libri, è se dietro questo mutamento di linguaggio ci sia anche un mutamento nella concezione del papato stesso. Il linguaggio non è mai solo linguaggio. Quando si usano parole nuove per indicare le cose di prima vuol dire che è nata una nuova dottrina che le vede in modo diverso. Specularmente, se si vuole far nascere un nuovo modo di pensare bisogna parlare in modo diverso. In questo senso il linguaggio di papa Francesco è l’estremizzazione coerente del passaggio iniziato col Vaticano II dalla dottrina alla pastorale, dalla natura alla storia, dalla metafisica all’ermeneutica. E ciò non poteva non finire per riguardare anche il ruolo del papa nella Chiesa.
 
PROF.STEFANO FONTANA

domenica 30 dicembre 2018

71 ANNI DI VITA DEL GIORNALE AUSTRALIANO IN LINGUA ITALIANA "LA FIAMMA" : "LA PROVA -PROVATA- CHE LA TRADIZIONE ITALIANA NON E' CENERE MA FIAMMA ARDENTE DA TRAMANDARE."

Abbiamo radicidisangue...."...ovunque, tranne che nei piedi...la via della verità, della vita---" Sydney Museum
71 ANNI DI VITA DEL GIORNALE AUSTRALIANO IN LINGUA ITALIANA "LA FIAMMA" : "LA PROVA -PROVATA- CHE LA TRADIZIONE ITALIANA NON E' CENERE MA FIAMMA ARDENTE DA TRAMANDARE." di Diego Scarbolo (www.lonbardinelmondo.org)

Tre anni e mezzo, questa è l'età del mio nipotino Leonardo, nato a Sydney, figlio della mia terzogenita qui emigrata . Esattamente il periodo della mia frequentazione di Sydney. E ad a ogni mio arrivo in questa bella città mi aggiorno acquistando, sempre, "La Fiamma".
La Fiamma è un bisettimanale, in lingua italiana, che non solo è stato capace di "tenere accesa" ma anche di "tramandare" per ben 71 anni, la "gioia di vivere" delle generazioni degli australiani con radicidisangue italiane e dei tanti amici che vogliono bene all'Italia.
Molto c'era, c'è e ci sarà da scrivere e da dire su un fenomeno così complesso e longevo  ma ora sento esigenza di queste  brevi note perchè, ancora una volta, sono stato colpito dalla rubrica a cura di Pietro Schirru, da sempre, parte sostanziale del bisettimenale.

Pietro Schirru appare, ed è, un grande giornalista (l'amico Daniele Marconcini, Presidente di Lombardi nel mondo, me lo ha da sempre segnalato e, a ragione,  continuamente ricordato) capace di valorizzare sia la sua terra, il suo oceano ed il suo cielo australiano sia l'Italia date le sue sanissime&profonde radicidisangue italiane (ndr: le radici le hanno le piante, gli uomini hanno radicidisangue) e, così facendo, aiutare, anche noi, che risiediamo in Italia, a ricordare di tenere sempre accesa la fiamma della nostra essenza di "ITALIANI BRAVA GENTE".

Lo stimolo di queste brevi note mi è stato dato da una Sua scorsa rubrica di tre pezzi, distinti ma non separati,  che mi hanno fatto riflettere per la profondità dei concetti esposti, da manuale, in modo "grazioso":

-il primo pezzo è una acutamente documentata ed essenziale analisi, condotta con maestria giornalistica, sul calo della natalità in Italia dal dopoguerra  ad oggi. Tutto dentro il perimetro di una ineludibile "ottica globale". Ed ecco apparire la realtà-verità dell'aculeo, se continua così: " ....Paese condannato al declino....".
Oggi si preferisce, troppo, ascoltare solo quello che ti fa sentire immediato piacere. Serve coraggio per sopportare la verità. Ma bisogna anche saperla porgere -in modo grazioso- per vincere la battaglia contro la dilagante "noia". E questo pezzo giornalistico ne è un'ottimo esempio.

-il secondo pezzo  sulla "...definizione dinamica del concetto di anzianità..." richiama con dolcezza l'inconscio sul fatto che "mortali" sono tutte le persone umane, non solo gli anziani. Ci fa ricordare che non ci fa bene nè ignorarla nè averne paura. C'è un filo rosso che pervade le sue note ed è la ineludibile fragilità della persona umana. Il concetto di vita che è si distinto ma mai separato nè da quello di morte nè da quello di amore. E' dove c'è coscienza della morte, dell'essere mortali, della nostra finitezza, c'è coscienza della gioia di vivere e c'è coscienza di un sano  amore per sè e per gli altri.

- il terzo pezzo ci fa vedere l'ampiezza&attenzione dello sguardo  sul mondo, dentro il nostro tempo, hic et nunc (qui ed ora), di Pietro Schirru che racconta come un bimbo scozzese di sette anni abbia scritto ed inviato una lettera al padre, appena deceduto, indirizzandola in "Paradiso". Gli addetti della Royal Mail Britannica non la hanno ignorata. Hanno risposto al bimbo recapitandogli una "ricevuta di ritorno" per assicurarlo che il suo messaggio scritto al suo papà era stato regolarmente andato a buon fine.
Ecco il Ponte cielo-terra c'è e funziona. Esempio di una burocrazia che ha trovato il tempo ed il modo di ascoltare la sua anima organizzativa. Esempio per tutte le altre burocrazie del Pianeta, nessuna esclusa.

Tre perle giornalistiche che ci portano sulla via della verità, della vita. Ci invitano a non dimenticare mai che chi grida a squarciagola libertà, libertà, libertà, per prima è sempre la volpe: "libera, libera, libera volpe in libero,libero,libero pollaio" ...ma prima della libertà viene la verità che "la volpe è volpe ed il pollo è pollo." Verità che non vuol dire "puntualizzazione precisa"...insomma, non è il concetto di "esattezza".

In definitiva ho letto, con piacere, un giornale australiano, in lingua italiana, che parla a "loro" in Australia ma anche a "noi" residenti in Italia. Abbiamo bisogno di rapportarci con chi ha maturato una grande esperienza del mondo anglofono e di un mondo oggi sempre più ineludibilmente "centrato sul Pacifico" nelle sue dimensioni politiche, sociali, economiche, finanziarie, culturali, giuridiche e religiose.

La Fiamma è un giornale che mostra di avere ricchi Data Base storici ed attuali  indispensabili prerequisiti per avere informazioni oggettive, frutto di adeguate e competenti analisi  e ...di amore per la verità....

Dobbiamo lavorare, proprio noi, si, in Italia, si, anche in Lombardia, per ricreare quelle condizioni essenziali di apertura di orecchie, occhi, naso, gola...capaci di ascoltare, davvero, la voce di chi ha maturato extra muros esperienze a livello mondo così significativamente profonde.
Un giornale, La Fiamma, da sempre sostenere e sempre valorizzare. Perchè non è giornale frutto di un capriccio ma perchè ha in sè la forza della sua ragione di esistere.

Perchè sa bene che la Tradizione Italiana non è cenere, sa bene che la Tradizione Italiana è una  Fiamma, sa bene che la Fiamma della Tradizione Italiana è ardente ed è cosciente di essere stato un giornale capace di tramandarla per settantuno anni sino ad oggi. E sino a quando il buon Dio lo vorrà.

mercoledì 26 dicembre 2018

Testimoniare la Verità non vuol dire “Esattezza” ma via da seguire per una vita sana come persone singole&associate.

St.Mary's Cathedral a Sydney Illuminata per il Santo Natale
Sono a Sydney nella splendida St.Mary’s Cathedral per la S.ta Messa Natalizia.
Code lunghissime per la Comunione. Ho visto ben due persone ricevere la S.ta Particola in mano e, con destrezza, metterla in tasca.

Fantastica la prontissima e fulminea risposta degli addetti che si fanno subito riconsegnare la S.ta Particola.

Mi si spalanca la finestra del ricordo sulle narrazioni sul suo “uso-sacrilego”.

Mi riempie di gioia la cura attenta della cerimonia ed il conseguente fulmineo intervento
.
Testimoniare la Verità non vuol dire “Esattezza” ma via da seguire per una vita sana come persone singole&associate.

venerdì 30 novembre 2018

Elisabeth Warren "A Foreign Policy for All" (essay no.29,2018 foreign affairs USA)

IL CARRO DEL NONRICORDO

Elisabeth Warren:A Foreign Policy for All (essay no.29,2018 foreign affairs USA)

Around the world, democracy is under assault.
Authoritarian governments are gaining power, and right-wing demagogues are gaining strength.
Movements toward openness and pluralism have stalled.

Inequality is growing, transforming rule by the people into rule by wealthy elites. And here in the United States, many Americans seem to accept—even embrace—the politics of division and resentment.

How did we get here? There’s a story Americans like to tell ourselves about how we built a liberal international order—one based on democratic principles, committed to civil and human rights, accountable to citizens, bound by the rule of law, and focused on economic prosperity for all.

It’s a good story, with deep roots. But in recent decades, Washington’s focus has shifted from policies that benefit everyone to policies that benefit a handful of elites.

After the Cold War, U.S. policymakers started to believe that because democracy had outlasted communism, it would be simple to build democracy anywhere and everywhere.

They began to export a particular brand of capitalism, one that involved weak regulations, low taxes on the wealthy, and policies favoring multinational corporations.

And the United States took on a series of seemingly endless wars, engaging in conflicts with mistaken or uncertain objectives and no obvious path to completion.

The impact of these policy changes has been devastating.
While international economic policies and trade deals have worked gloriously well for elites around the world, they have left working people discouraged and disaffected.
Efforts to promote the United States’ own security have soaked up huge resources and destabilized entire regions, and meanwhile, U.S. technological dominance has quietly eroded.

Inequality has grown worldwide, contributing to an unfolding nationalist backlash that seeks to upend democracy itself. It is little wonder that the American people have less faith in their government today than at any other time in modern U.S. history. The country is in a moment of crisis decades in the making.

To fight back, we need to pursue international economic policies that benefit all Americans, not merely an elite few. We need strong yet pragmatic security policies, amplified by diplomacy. And the United States can no longer maintain the comfortable assumption that its domestic and foreign policies are separate. Every decision the government makes should be grounded in the recognition that actions that undermine working families in this country ultimately erode American strength in the world. In other words, we need a foreign policy that works for all Americans.
The urgency of the moment cannot be overstated. At home and abroad, democracy is on the defense. The details of the problem vary from place to place, but one cause stands out everywhere: the systematic failure to understand and invest in the social, political, and economic foundations on which democracies rest. If we do not stand up to those who seek to undermine our democracy and our economy, we will end up as bystanders to the destruction of both.

MAKING GLOBALIZATION WORK
The globalization of trade has been tremendously profitable for the largest American corporations. It has opened up opportunity and lifted billions out of poverty around the world.

But U.S. trade and economic policies have not delivered for the middle class. For decades, both Democratic and Republican leaders asserted that free trade was a rising tide that would lift all boats. Great rhetoric, except that the trade deals they negotiated mainly lifted the boats of the wealthy while leaving millions of working Americans to drown. Policymakers were willing to sacrifice American jobs in hopes of lowering prices for consumer goods at home and spreading open markets abroad.

They pushed former Soviet states to privatize as quickly as possible despite the risk of corruption, and they advocated China’s accession to the World Trade Organization despite its unfair trading practices. They backed international institutions such as the International Monetary Fund, even as those organizations pushed austerity, deregulation, and privatization—policies that reduced public faith in both capitalism and democracy and left governments with fewer fiscal levers when economic crises hit.

U.S. foreign policy should not prioritize corporate profits over American families.
And what has this brought us? Policymakers promised that open markets would lead to open societies. Instead, efforts to bring capitalism to the global stage unwittingly helped create the conditions for competitors to rise up and lash out. Russia became belligerent and resurgent. China weaponized its economy without ever loosening its domestic political constraints. Other countries’ faith in both capitalism and democracy eroded. A program once aimed at promoting the forces of freedom ended up empowering the opposite.

Meanwhile, multinational corporations exploited their enormous influence on both sides of the negotiating table to ensure that the terms of trade between nations always favored their own bottom lines. Time after time, American workers got the short end of the stick. Median household income in the United States stagnated for a generation, and policy-makers’ choices helped the elite but put workers at an even greater disadvantage: decimated unions, lower labor standards, rising costs of living. Job training and transition assistance proved powerless against the onslaught of offshoring, providing little more than burial insurance for workers who lost their jobs. And as capital became more mobile, corporations and wealthy individuals sent trillions of dollars to offshore tax havens, robbing the U.S. government of needed resources to reinvest at home in updated infrastructure and public education. By the time the 2008 global financial crash came around, it only confirmed what millions of Americans already knew: the system was rigged against working people.
Donald Trump campaigned against that rigged system. But after two years in office, it is clear that his economic policies are beyond inept; they are deliberately rigged in favor of his family and his wealthy friends. His renegotiated North American Free Trade Agreement raises drug prices for consumers while doing little to stem the flow of good jobs going to other countries. His tariffs have hit farming communities hard and driven trading partners into the arms of U.S. competitors. And his conflicts of interest with corrupt foreign governments—from expedited Chinese patent applications for his daughter Ivanka Trump to the millions in foreign money spent at the Trump family’s Washington hotel—raise obvious questions about who he is really working for. This president may have campaigned on a promise to put “America first,” but his policies have put the Trump family first and middle-class American families last.

A new approach should begin with a simple principle: U.S. foreign policy should not prioritize corporate profits over American families. To make sure that globalization benefits middle-class Americans, trade negotiations should be used to curtail the power of multinational monopolies and crack down on tax havens. Workers should be meaningfully represented at the negotiating table, and the resulting agreements should be used to raise and enforce labor standards. Washington should also work with like-minded allies to hold countries that cheat to account.

The United States’ economic policies must also reflect the realities of the twenty-first century. To address corruption, it is critical to work closely with allies to require transparency about the movement of assets across borders. If we are serious about privacy, we must protect data rights from global technology companies and countries that seek to exploit technology as a means to control their populations. To make progress on climate change, we should leverage foreign countries’ desire for access to U.S. markets as an opportunity to insist on meaningful environmental protections.
None of this requires sacrificing the interests of American businesses—although it will require some of them to take a longer view. U.S. businesses can compete with the best in the world when given a level playing field, and they are stronger when the American middle class is strong. If our trade and economic policies work for all Americans, shareholders and corporate executives will profit as well.

ENDING ENDLESS WAR
A foreign policy that works for all Americans must also be driven by honest assessments of the full costs and risks associated with going to war. All three of my brothers served in the military, and I know our service members and their families are smart, tough, and resourceful. But having a strong military doesn’t mean we need to constantly use it. An effective deterrent also means showing the good judgment to exercise appropriate restraint.

Over the past two decades, the United States has been mired in a series of wars that have sapped its strength. The human cost of these wars has been staggering: more than 6,900 killed in Afghanistan and Iraq, another 52,000 wounded, and many more who live every day with the invisible scars of war. By financing these conflicts while cutting taxes, the country has essentially charged the costs of war to a collective credit card for future generations to pay, diverting money that could have been invested in critical domestic priorities. This burden will create a drag on the economy that will last for generations.

The costs have been extraordinarily high, but these wars have not succeeded even on their own terms. We’ve “turned the corner” in Afghanistan so many times that it seems we’re now going in circles. After years of constant war, Afghanistan hardly resembles a functioning state, and both poppy production and the Taliban are again on the rise. The invasion of Iraq destabilized and fragmented the Middle East, creating enormous suffering and precipitating the deaths of hundreds of thousands of people. The region remains a tangled mess—the promise of the Arab Spring crushed, Iran emboldened, Syria devastated, the Islamic State (or ISIS) and its offshoots stubbornly resilient, and a massive refugee crisis threatening to destabilize Europe. Neither military nor civilian policymakers seem capable of defining success, but surely this is not it.

A singular focus on counterterrorism, meanwhile, has dangerously distorted U.S. policies. Here at home, we have allowed an imperial presidency to stretch the Constitution beyond recognition to justify the use of force, with little oversight from Congress. The government has at times defended tactics, such as torture, that are antithetical to American values. Washington has partnered with countries that share neither its goals nor its ideals. Counterterrorism efforts have often undermined other foreign policy priorities, such as reinforcing civilian governance, the rule of law, and human rights abroad. And in some cases, as with U.S. support for Saudi Arabia’s proxy war in Yemen, U.S. policies risk generating even more extremism.

As a member of the Senate Armed Services Committee, I have seen up close how 17 years of conflict have degraded equipment, sapped forces’ readiness, and forced the postponement of investment in critical military capabilities. It has distracted Washington from growing dangers in other parts of the world: a long-term struggle for power in Asia, a revanchist Russia that threatens Europe, and looming unrest in the Western Hemisphere, including a collapsing state in Venezuela that threatens to disrupt its neighbors. Would-be rivals, for their part, have watched and learned, and they are hard at work developing technologies and tactics to leapfrog the United States, investing heavily in such areas as robotics, cybersecurity, artificial intelligence, synthetic biology, and quantum computing. China is making massive bets in these and other areas in an effort to surpass the United States as a global technological power. Whether the United States will maintain its edge and harness these technologies for good remains an open question.

It is the job of the U.S. government to do what is necessary to protect Americans, but it is long past time to start asking what truly makes the country safer—and what does not. Military efforts alone will never fully succeed at ending terrorism, because it is not possible to fight one’s way out of extremism. Some challenges, such as cyberattacks and nuclear proliferation, require much more than a strong military to combat. And other dangers, such as climate change and the spread of infectious diseases, cannot be solved through military action at all. The United States will spend more than $700 billion on defense in the 2018–19 fiscal year alone. That is more in real terms than was spent under President Ronald Reagan during the Cold War and more than all the rest of the country’s discretionary budget put together. But even as Washington spends more and more, U.S. military leaders point out that funding a muscular military without robust diplomacy, economic statecraft, support for civil society, and development assistance only hamstrings American national power and undercuts any military gains.

It’s time to seriously review the country’s military commitments overseas.
As a candidate, Trump promised to bring U.S. troops home. As president, he has sent more troops into Afghanistan. On the campaign trail, Trump claimed he did not want to police the world. As president, he has expanded the United States’ military footprint around the globe, from doubling the number of U.S. air strikes in Somalia to establishing a drone base in Niger. As a candidate, Trump promised to rebuild the military, but as president, he has gutted the diplomatic corps on which the Pentagon relies. He promised to reduce the threat of nuclear proliferation, but he has undermined a successful nuclear deal with Iran, has failed to roll back the North Korean nuclear program, and seems intent on spurring a new nuclear arms race with Russia.
These actions do not make Americans safer. It’s time to seriously review the country’s military commitments overseas, and that includes bringing U.S. troops home from Afghanistan and Iraq. They have fought with honor, but additional American blood spilled will not halt the violence or result in a functioning democratic government in either place.

Defense spending should be set at sustainable levels, and the money saved should be used to fund other forms of international engagement and critical domestic programs. The Pentagon’s budget has been too large for too long. It is long overdue for an audit that would allow Congress to identify which programs actually benefit American security and which merely line the pockets of defense contractors. Rather than mindlessly buying more of yesterday’s equipment and allowing foreign countries to dominate the development of critical new technologies, we should recommit to investing in cutting-edge science and technology capabilities at home. When it comes to nonproliferation, we should replace the current bluster and hostility toward nuclear diplomacy with a reinvestment in multilateral arms control and nonproliferation efforts for the twenty-first century, recommitting the United States to being a leader in the fight to create a world without nuclear weapons.
To achieve all these goals, it will be essential to reprioritize diplomacy and reinvest in the State Department and the development agencies; foreign policy should not be run out of the Pentagon alone. The United States spends only about one percent of its federal budget on foreign aid. Some Americans struggling to make ends meet understandably question the value of U.S. commitments and contributions abroad, and certainly we should expect our partners to pay their fair share. But diplomacy is not about charity; it is about advancing U.S. interests and preventing problems from morphing into costly wars. Similarly, alliances are not exclusively about principles; they are about safety in numbers. The world is a big, complicated place, and not even the strongest nation can solve everything on its own. As we face down antidemocratic forces around the world, we will need our allies on our side.

FOREIGN POLICY STARTS AT HOME
President John F. Kennedy, whose seat in the U.S. Senate I now hold, once wrote that “a nation can be no stronger abroad than she is at home.” With American power increasingly challenged from within and without, we can no longer afford to think of our domestic agenda as separate from our foreign policy. A stronger economy, a healthier democracy, and a united people—these are the engines that power the nation and will project American strength and values throughout the world.
Every day, shortsighted domestic policies weaken American national strength.

The United States is in the midst of a reverse-Sputnik moment, reducing investments in education and scientific research even as potential adversaries expand them. At a time when growing inequality stifles economic growth, Congress’ response has been a $1.5 trillion tax giveaway to the wealthiest Americans. Life expectancy in the United States is falling as overdose deaths skyrocket, and the country’s health-care system remains ill equipped to respond. Climate change poses a threat to our survival, but the government is gutting environmental regulations and subsidizing fossil fuels at the bidding of wealthy campaign donors. The educational opportunity gap is widening, while politicians starve schools of resources and saddle an entire generation with crippling student debt. And in a desperate attempt to stave off the inevitable reckoning, the president seems bent on keeping Americans frightened and divided.

Investments at home strengthen the economy, but they also serve national security. A twenty-first-century industrial policy, for example, would produce good jobs that provide dignity, respect, and a living wage, and it would reinforce U.S. international economic might. When workers and families are more secure in their livelihoods, the country is stronger on the world stage.

The needs for investment are many: Infrastructure projects to increase connectivity and expand opportunity across the United States. Educational and job-training policies to produce skilled workers, encourage entrepreneurship, and grow the talent base. Immigration policies to yield a more robust economy and a more diversified work force. Higher education to equip the coming generations for the future without crushing them with debt. High-quality, affordable health care to ensure security and productivity for every person. An economy that is fair and open to entrepreneurs and businesses of all sizes. A progressive tax system that requires the wealthy to pay their fair share. A government that is not for sale to the highest bidder.

Underlying it all, we need to remain vigilant against threats to American democratic norms and processes. The 2016 election raised the alarm, reminding us that democracy is not a self-sustaining machine. We must fight for it every single day. That means protecting the electoral process and making clear that there will be severe consequences for anyone, foreign or domestic, who meddles with it.

Our democratic norms also require us to renew our commitment to justice. Fractures in society—racial injustice, political polarization, economic inequality—damage us from within, leaving us vulnerable to a toxic stew of hatred and fear. Hateful rhetoric fuels domestic terrorism of all kinds, whether in Charleston or Orlando, Charlottesville or Pittsburgh. And we must strengthen our determination to ensure that every American has equal access to opportunity in society and equal justice and protection under the law. We must do that because it is morally right—and because it is essential to our national strength.

WHAT’S AT STAKE
The need to get our house in order is not theoretical. Whether our leaders recognize it or not, after years as the world’s lone superpower, the United States is entering a new period of competition. Democracy is running headlong into the ideologies of nationalism, authoritarianism, and corruption. China is on the rise, using its economic might to bludgeon its way onto the world stage and offering a model in which economic gains legitimize oppression. To mask its decline, Russia is provoking the international community with opportunistic harassment and covert attacks. Both nations invest heavily in their militaries and other tools of national power. Both hope to shape spheres of influence in their own image and ultimately remake the global order to suit their own priorities. If we cannot make our government work for all Americans, they will almost certainly succeed.

The dictators who run those countries stay in power not simply because they hold unwilling populations under brutal control; they also maintain control through corrupt economic policies that favor the wealthy elites who keep them in power. In China, President Xi Jinping consolidates his power and talks of a “great rejuvenation,” while corporations that answer to the state make billionaires out of Communist Party elites. In Russia, President Vladimir Putin attacks free speech and fans nationalism, but his real power derives from the careful intertwining of his government with state-run corporations conveniently overseen by friendly oligarchs.

Other countries have learned from this approach. From Hungary to Turkey, from the Philippines to Brazil, wealthy elites work together to grow the state’s power, while the state works to grow the wealth of those who remain loyal to the leader. This marriage of authoritarianism and corrupt capitalism is a direct threat to the United States, because it undermines the very concept of democracy. It enables corruption to spread across borders and allows authoritarian leaders to foment a global crisis of confidence in democracy. Free and democratic societies, the United States’ included, risk sliding toward corruption and kleptocracy, becoming democracies in name only.
Despite these growing threats, President Trump seems all too comfortable with this rising authoritarianism. He shamefully kowtows to Putin, even in the face of Russian attacks on American democracy. His trade policies toward China are hardly stopping Chinese economic malfeasance. Instead of strengthening crucial alliances with Japan, South Korea, and Europe, he is actively undermining them. And the president has displayed an unsettling enthusiasm for replicating authoritarian language and tactics at home, while autocrats abroad return the compliment by using the president’s words to justify their own misdeeds.

The United States has lived through devastating wars in the past, and no sane person wishes to invite conflict between great powers in the future. In fact, many of the trials of our time will require cooperation. But it is essential that we are honest and clear-eyed about the challenges the United States faces. Our democratic allies share our values, and we should join forces to protect not only our collective security but also our shared ideals. In Europe, we should work with our allies to impose strong, targeted penalties on Russia for its attempts to subvert elections, and we should work to help our European allies develop energy independence. In Asia, we should encourage our allies to enhance their multilateral cooperation and build alternatives to China’s coercive diplomacy. We should also respond to China’s efforts to force foreign companies to hand over sensitive technology in order to gain access to the Chinese market and penalize its theft of U.S. intellectual property. Around the world, we should aggressively promote transparency, call out kleptocracy, and combat the creeping influence of corruption. And we should stand with those who bravely fight for openness and pluralism in Moscow, Beijing, and beyond.

AFTER TRUMP
The world was changing before President Trump took office, and it will continue to change after he has gone. There is no going back, but we can shape the world we inherit.

We can adopt a foreign policy that works for all Americans, not just wealthy elites. We can protect American interests first and foremost, while recognizing that those interests are best served when we leverage the support of allies and partners. We can reform international institutions to make them more flexible and inclusive, while still preserving the United States’ global leadership role. We can make smart investments to deter adversaries and defend the country, while balancing our ambitions with our resources. We can adapt to the technological demands and challenges of the twenty-first century, designing policies that reflect the world not as it once was but as it will be. And we can recognize that global power is generated here at home, recapitalizing the American economy and reinvesting in American democracy at its roots.

None of this will be easy, but we persist. “America is not a country which can be confounded by the appeasers, the defeatists, the backstairs manufacturers of panic,” President Franklin Roosevelt declared in 1941. He continued: “This will of the American people will not be frustrated, either by threats from powerful enemies abroad or by small, selfish groups or individuals at home.” His words ring true today. Despite the threats on the horizon, I am confident that we can pursue a foreign policy that works for all Americans—one that, for generations to come, safeguards government of the people, by the people, and for the people.

+++++++++++++++++++NDR PRIMA Traduzione non rivista....
In tutto il mondo, la democrazia è sotto assedio. I governi autoritari stanno prendendo il potere e i demagoghi di destra stanno guadagnando forza. I movimenti verso l'apertura e il pluralismo si sono fermati. La disuguaglianza sta crescendo, trasformando il dominio del popolo in regola con le élite facoltose. E qui negli Stati Uniti, molti americani sembrano accettare, persino abbracciare, la politica della divisione e del risentimento.
Come siamo arrivati ​​qui? C'è una storia che gli americani amano raccontare di come abbiamo costruito un ordine internazionale liberale, basato su principi democratici, impegnati nei diritti civili e umani, responsabili nei confronti dei cittadini, legati dallo stato di diritto e concentrati sulla prosperità economica per tutti. È una bella storia, con radici profonde. Ma negli ultimi decenni, l'attenzione di Washington si è spostata dalle politiche a beneficio di tutti per le politiche a beneficio di una manciata di élite. Dopo la Guerra Fredda, i politici statunitensi hanno iniziato a credere che, poiché la democrazia era sopravvissuta al comunismo, sarebbe stato semplice costruire la democrazia ovunque e in qualsiasi luogo. Cominciarono ad esportare una particolare marca di capitalismo, una che comprendeva regolamenti deboli, basse tasse sui ricchi e politiche che favorivano le multinazionali. E gli Stati Uniti hanno intrapreso una serie di guerre apparentemente senza fine, impegnandosi in conflitti con obiettivi errati o incerti e senza un percorso evidente verso il completamento.
L'impatto di questi cambiamenti politici è stato devastante. Mentre le politiche economiche internazionali e gli accordi commerciali hanno funzionato magnificamente bene per le élite di tutto il mondo, hanno lasciato i lavoratori scoraggiati e insoddisfatti. Gli sforzi per promuovere la sicurezza degli Stati Uniti hanno assorbito enormi risorse e destabilizzato intere regioni e, nel frattempo, il predominio tecnologico degli Stati Uniti si è indebolito. La disuguaglianza è cresciuta in tutto il mondo, contribuendo a una contrazione nazionalista in atto che cerca di rovesciare la democrazia stessa. Non c'è da meravigliarsi se gli americani hanno meno fiducia nel loro governo oggi che in qualsiasi altro momento nella storia moderna degli Stati Uniti. Il Paese è in un momento di crisi in decadi.
Per contrattaccare, dobbiamo perseguire politiche economiche internazionali a beneficio di tutti gli americani, non solo di pochi elitari. Abbiamo bisogno di politiche di sicurezza forti ma pragmatiche, amplificate dalla diplomazia. E gli Stati Uniti non possono più mantenere il comodo assunto che le sue politiche interne ed estere siano separate. Ogni decisione presa dal governo dovrebbe essere fondata sul riconoscimento che le azioni che minano le famiglie che lavorano in questo paese finiscono per erodere la forza americana nel mondo. In altre parole, abbiamo bisogno di una politica estera che funzioni per tutti gli americani.
L'urgenza del momento non può essere sopravvalutata. In patria e all'estero, la democrazia è in difesa. I dettagli del problema variano da luogo a luogo, ma una causa spicca ovunque: l'incapacità sistematica di comprendere e investire nelle basi sociali, politiche ed economiche su cui poggiano le democrazie. Se non resistiamo a coloro che cercano di indebolire la nostra democrazia e la nostra economia, finiremo come passanti per la distruzione di entrambi.

REALIZZARE IL LAVORO DI GLOBALIZZAZIONE
La globalizzazione del commercio è stata enormemente redditizia per le più grandi corporazioni americane. Ha aperto opportunità e sollevato miliardi dalla povertà in tutto il mondo.
Ma le politiche commerciali ed economiche statunitensi non sono state consegnate alla classe media. Per decenni, sia i leader democratici che quelli repubblicani hanno affermato che il libero commercio era un'ondata crescente che avrebbe sollevato tutte le barche.
Grande retorica, a parte il fatto che gli accordi commerciali che hanno negoziato hanno sollevato le barche dei ricchi mentre lasciavano annegare milioni di americani lavoratori.
I politici erano disposti a sacrificare i posti di lavoro americani nella speranza di abbassare i prezzi dei beni di consumo a casa e di diffondere mercati aperti all'estero. Hanno spinto gli ex Stati sovietici a privatizzare il più rapidamente possibile, nonostante il rischio di corruzione, e hanno sostenuto l'adesione della Cina all'Organizzazione mondiale del commercio, nonostante le pratiche commerciali sleali. Sostennero le istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, anche se quelle organizzazioni spingevano politiche di austerità, deregolamentazione e privatizzazione che riducevano la fede pubblica nel capitalismo e nella democrazia e lasciavano i governi con meno leve fiscali quando le crisi economiche colpivano.

La politica estera degli Stati Uniti non dovrebbe dare la priorità ai profitti aziendali rispetto alle famiglie americane.

E cosa ci ha portato questo? I politici hanno promesso che i mercati aperti porterebbero a società aperte. Invece, gli sforzi per portare il capitalismo sulla scena globale hanno involontariamente contribuito a creare le condizioni perché i concorrenti si sollevassero e si scagliassero. La Russia divenne bellicosa e in ripresa. La Cina ha armato la sua economia senza mai allentare i suoi vincoli politici interni.
La fede di altri paesi nel capitalismo e nella democrazia si è erosa.
Un programma mirato a promuovere le forze della libertà ha finito per potenziare il contrario.
Nel frattempo, le multinazionali hanno sfruttato la loro enorme influenza su entrambi i lati del tavolo negoziale per garantire che le condizioni di scambio tra le nazioni favorissero sempre i loro profitti.

Di volta in volta, i lavoratori americani hanno avuto la parte più corta del bastone.

Il reddito familiare medio negli Stati Uniti è rimasto stagnante per una generazione, e le scelte dei responsabili delle politiche hanno aiutato l'élite ma hanno messo i lavoratori in uno svantaggio ancora maggiore: sindacati decimati, standard di lavoro più bassi, aumento dei costi della vita. La formazione professionale e l'assistenza alla transizione si sono rivelate impotenti contro l'assalto dell'offshoring, fornendo poco più che un'assicurazione per i lavoratori che hanno perso il lavoro. E mentre il capitale diventava più mobile, le multinazionali e le persone facoltose inviavano trilioni di dollari in paradisi fiscali offshore, privando il governo degli Stati Uniti di risorse necessarie per reinvestire a casa in infrastrutture aggiornate e istruzione pubblica. Nel momento in cui il crollo finanziario globale del 2008 arrivò intorno, confermò solo ciò che milioni di americani già sapevano: il sistema era truccato contro i lavoratori.

Donald Trump ha fatto una campagna contro questo sistema truccato. Ma dopo due anni di mandato, è chiaro che le sue politiche economiche vanno oltre l'inetto; sono deliberatamente truccate in favore della sua famiglia e dei suoi ricchi amici. Il suo rinegoziato accordo di libero scambio nordamericano aumenta i prezzi dei farmaci per i consumatori mentre fa poco per arginare il flusso di buoni posti di lavoro che vanno in altri paesi. Le sue tariffe hanno colpito duramente le comunità agricole e guidato i partner commerciali tra le braccia dei concorrenti statunitensi. E i suoi conflitti di interesse con i governi stranieri corrotti - dalle richieste di brevetti cinesi accelerate per sua figlia Ivanka Trump ai milioni di soldi stranieri spesi nell'hotel a Washington della famiglia Trump - sollevano domande ovvie su chi stia davvero lavorando. Questo presidente potrebbe aver promosso una campagna per la "prima America", ma le sue politiche hanno portato la famiglia Trump a sopravvivere prima e nella classe media delle famiglie americane.

Un nuovo approccio dovrebbe iniziare con un semplice principio: la politica estera degli Stati Uniti non dovrebbe dare la priorità ai profitti aziendali rispetto alle famiglie americane. Per assicurarsi che la globalizzazione avvantaggi gli americani di classe media, i negoziati commerciali dovrebbero essere usati per ridurre il potere dei monopoli multinazionali e reprimere i paradisi fiscali. I lavoratori dovrebbero essere rappresentati in modo significativo al tavolo dei negoziati e gli accordi risultanti dovrebbero essere usati per elevare e far rispettare gli standard lavorativi. Washington dovrebbe anche lavorare con alleati che la pensano allo stesso modo per tenere conto dei paesi che barano.
Le politiche economiche degli Stati Uniti devono anche riflettere le realtà del ventunesimo secolo.

Per affrontare la corruzione, è fondamentale lavorare a stretto contatto con gli alleati per richiedere trasparenza sul movimento delle attività transfrontaliere.

Se siamo seri sulla privacy, dobbiamo proteggere i diritti dei dati da aziende tecnologiche globali e paesi che cercano di sfruttare la tecnologia come mezzo per controllare le loro popolazioni. Per fare progressi sul cambiamento climatico, dovremmo sfruttare il desiderio dei paesi stranieri di accedere ai mercati degli Stati Uniti come un'opportunità per insistere su protezioni ambientali significative.
Niente di tutto questo richiede di sacrificare gli interessi delle imprese americane, anche se alcuni di loro richiedono una visione più lunga. Le imprese degli Stati Uniti possono competere con le migliori al mondo quando vengono date condizioni di parità, e sono più forti quando la classe media americana è forte. Se le nostre politiche commerciali ed economiche funzioneranno per tutti gli americani, anche gli azionisti e i dirigenti aziendali trarranno profitto.

FINE DELLA GUERRA INFINITA


Una politica estera che funzioni per tutti gli americani deve anche essere guidata da valutazioni oneste dei costi e dei rischi associati alla guerra. Tutti e tre i miei fratelli hanno prestato servizio nell'esercito, e so che i membri del nostro servizio e le loro famiglie sono intelligenti, tenaci e intraprendenti. Ma avere un esercito forte non significa che dobbiamo usarlo costantemente. Un deterrente efficace significa anche mostrare il buon senso per esercitare un'appropriata moderazione.
Negli ultimi due decenni, gli Stati Uniti sono stati impantanati in una serie di guerre che hanno indebolito la sua forza. Il costo umano di queste guerre è stato sbalorditivo: oltre 6.900 morti in Afghanistan e Iraq, altri 52.000 feriti e molti altri che vivono ogni giorno con le cicatrici invisibili della guerra. Finanziamento di questi conflitti durante il taglio delle tasse, il paese ha essenzialmente addebitato i costi della guerra a una carta di credito collettiva per le generazioni future, deviando denaro che avrebbe potuto essere investito in priorità nazionali critiche. Questo onere creerà un freno all'economia che durerà per generazioni.
I costi sono stati straordinariamente alti, ma queste guerre non sono riuscite nemmeno alle loro condizioni. Abbiamo "girato l'angolo" in Afghanistan così tante volte che sembra che stiamo andando in circolo. Dopo anni di guerra costante, l'Afghanistan difficilmente assomiglia a uno stato funzionante, e sia la produzione di papaveri che i talebani sono di nuovo in aumento. L'invasione dell'Iraq ha destabilizzato e frammentato il Medio Oriente, creando enormi sofferenze e provocando la morte di centinaia di migliaia di persone. La regione rimane un pasticcio intricato - la promessa della primavera araba schiacciata, l'Iran incoraggiato, la Siria devastata, lo Stato islamico (o ISIS) e le sue propaggini ostinatamente resilienti, e una massiccia crisi di rifugiati che minaccia di destabilizzare l'Europa. Né i responsabili politici militari né quelli civili sembrano in grado di definire il successo, ma sicuramente non è così.
Un'attenzione particolare all'antiterrorismo, nel frattempo, ha distorto pericolosamente le politiche degli Stati Uniti. Qui a casa, abbiamo permesso alla presidenza imperiale di estendere la Costituzione oltre il riconoscimento per giustificare l'uso della forza, con poca supervisione dal Congresso. Il governo ha talvolta difeso tattiche, come la tortura, che sono antitetiche ai valori americani. Washington ha collaborato con paesi che non condividono né i suoi obiettivi né i suoi ideali. Gli sforzi contro il terrorismo hanno spesso minato altre priorità di politica estera, come il rafforzamento della governance civile, dello stato di diritto e dei diritti umani all'estero. E in alcuni casi, come nel caso del sostegno degli Stati Uniti alla guerra per procura in Arabia Saudita nello Yemen, le politiche statunitensi rischiano di generare ancora più estremismo.

Come membro del Comitato per i servizi armati del Senato, ho visto da vicino come 17 anni di conflitto hanno degradato le attrezzature, indebolito la disponibilità delle forze e costretto il rinvio degli investimenti in capacità militari critiche. Ha distratto Washington dai crescenti pericoli in altre parti del mondo: una lotta a lungo termine per il potere in Asia, una Russia revanscista che minaccia l'Europa e incombenti disordini nell'emisfero occidentale, incluso uno stato collasso in Venezuela che minaccia di interrompere la sua vicinato. I potenziali rivali, da parte loro, hanno guardato e imparato, e sono al lavoro per sviluppare tecnologie e tattiche per scavalcare gli Stati Uniti, investendo molto in settori come la robotica, la sicurezza informatica, l'intelligenza artificiale, la biologia sintetica e l'informatica quantistica.

La Cina sta facendo enormi scommesse in queste e in altre aree nel tentativo di superare gli Stati Uniti come potenza tecnologica globale.

Se gli Stati Uniti manterranno il loro vantaggio e tratteranno queste tecnologie per sempre rimane una questione aperta.
È compito del governo degli Stati Uniti fare ciò che è necessario per proteggere gli americani, ma è ormai da tempo che si chiede cosa rende veramente più sicuro il paese - e cosa no. Gli sforzi militari da soli non riusciranno mai completamente a porre fine al terrorismo, perché non è possibile combattere la propria strada per uscire dall'estremismo. Alcune sfide, come gli attacchi informatici e la proliferazione nucleare, richiedono molto più di un forte esercito da combattere. E altri pericoli, come i cambiamenti climatici e la diffusione di malattie infettive, non possono essere risolti attraverso l'azione militare. Gli Stati Uniti spenderanno oltre 700 miliardi di dollari in difesa solo nell'anno fiscale 2018-19. Questo è più in termini reali di quanto è stato speso sotto il presidente Ronald Reagan durante la guerra fredda e più di tutto il resto del budget discrezionale del paese messo insieme. Ma anche se Washington spende sempre di più, i leader militari statunitensi sottolineano che finanziare un esercito muscoloso senza una diplomazia robusta, una politica economica, il sostegno alla società civile e l'assistenza allo sviluppo non è altro che muscoli della coscia e potenza militare americana.

È tempo di rivedere seriamente gli impegni militari del paese all'estero.

Come candidato, Trump ha promesso di portare a casa le truppe americane. Come presidente, ha inviato più truppe in Afghanistan. Sulla pista della campagna, Trump ha affermato di non voler controllare il mondo. Come presidente, ha esteso l'impronta militare degli Stati Uniti in tutto il mondo, dal raddoppio del numero di attacchi aerei statunitensi in Somalia alla creazione di una base di droni in Niger. Come candidato, Trump ha promesso di ricostruire l'esercito, ma come presidente ha sviscerato il corpo diplomatico su cui poggia il Pentagono. Ha promesso di ridurre la minaccia della proliferazione nucleare, ma ha indebolito un accordo nucleare con l'Iran, non ha respinto il programma nucleare nordcoreano, e sembra intenzionato a stimolare una nuova corsa agli armamenti nucleari con la Russia.
Queste azioni non rendono gli americani più sicuri. È tempo di rivedere seriamente gli impegni militari del paese oltreoceano, e ciò include il portare a casa le truppe americane dall'Afghanistan e dall'Iraq. Hanno combattuto con onore, ma il sangue versato di sangue americano non fermerà la violenza o si tradurrà in un governo democratico funzionante in entrambi i posti.
La spesa per la difesa dovrebbe essere fissata a livelli sostenibili e il denaro risparmiato dovrebbe essere utilizzato per finanziare altre forme di impegno internazionale e programmi nazionali critici. Il budget del Pentagono è stato troppo grande per troppo tempo. È da lungo tempo in attesa di un audit che permetta al Congresso di identificare quali programmi effettivamente avvantaggiano la sicurezza americana e che si limitano a schierare le tasche degli appaltatori della difesa. Piuttosto che acquistare a dismisura una quantità maggiore di attrezzature di ieri e consentire ai paesi stranieri di dominare lo sviluppo di nuove tecnologie critiche, dovremmo ricominciare a investire in tecnologie scientifiche e tecnologiche all'avanguardia a casa.

Quando si parla di non proliferazione, dovremmo sostituire l'attuale spavalderia e ostilità nei confronti della diplomazia nucleare con un reinvestimento negli sforzi multilaterali di controllo degli armamenti e di non proliferazione per il ventunesimo secolo, raccomandando agli Stati Uniti di essere leader nella lotta per creare un mondo senza armi nucleari.

Per raggiungere tutti questi obiettivi, sarà fondamentale ridefinire la diplomazia e reinvestire nel Dipartimento di Stato e nelle agenzie di sviluppo; la politica estera non dovrebbe essere esaurita dal solo Pentagono. Gli Stati Uniti spendono solo l'uno percento del bilancio federale per gli aiuti esteri. Alcuni americani che lottano per far quadrare i conti incontrano comprensibilmente il valore degli impegni e dei contributi degli Stati Uniti all'estero, e certamente dovremmo aspettarci che i nostri partner paghino la loro giusta quota. Ma la diplomazia non riguarda la carità; si tratta di far progredire gli interessi degli Stati Uniti e impedire che i problemi si trasformino in guerre costose. Allo stesso modo, le alleanze non riguardano esclusivamente i principi; sono sulla sicurezza nei numeri. Il mondo è un posto grande e complicato, e nemmeno la nazione più forte può risolvere tutto da sola. Mentre affrontiamo le forze antidemocratiche in tutto il mondo, avremo bisogno dei nostri alleati dalla nostra parte.

LA POLITICA ESTERA INIZIA IN CASA PROPRIA.
Il presidente John F. Kennedy, il cui seggio nel Senato degli Stati Uniti che ora detengo, una volta scrisse che "una nazione non può essere più forte all'estero di quanto sia a casa". Con il potere americano sempre più sfidato dall'interno e dall'esterno, non possiamo più permetterci di pensa al nostro programma interno come separato dalla nostra politica estera. Un'economia più forte, una democrazia più sana e un popolo unito: questi sono i motori che alimentano la nazione e proietteranno la forza e i valori americani in tutto il mondo.
Ogni giorno, le politiche nazionali miopi indeboliscono la forza nazionale americana. Gli Stati Uniti sono nel bel mezzo di un momento di Sputnik inverso, riducendo gli investimenti nell'istruzione e nella ricerca scientifica, anche se i potenziali avversari li espandono. In un momento in cui la crescente disuguaglianza soffoca la crescita economica, la risposta del Congresso è stata una donazione di $ 1,5 trilioni di tasse agli americani più ricchi. L'aspettativa di vita negli Stati Uniti sta diminuendo con il declino delle morti per overdose, e il sistema sanitario nazionale rimane mal equipaggiato per rispondere. I cambiamenti climatici rappresentano una minaccia per la nostra sopravvivenza, ma il governo sta sventrando le normative ambientali e sovvenzionando i combustibili fossili su richiesta di ricchi donatori di campagne. Il divario di opportunità educative si sta allargando, mentre i politici muoiono di fame scuole di risorse e sorseggiano un'intera generazione con debiti studenteschi paralizzanti. E nel disperato tentativo di evitare l'inevitabile resa dei conti, il presidente sembra intenzionato a mantenere gli americani spaventati e divisi.
Gli investimenti a casa rafforzano l'economia, ma servono anche la sicurezza nazionale. Una politica industriale del ventunesimo secolo, ad esempio, produrrebbe buoni posti di lavoro che garantissero dignità, rispetto e salari dignitosi, e rafforzerebbe la potenza economica internazionale degli Stati Uniti. Quando i lavoratori e le famiglie sono più sicuri nel loro sostentamento, il paese è più forte sulla scena mondiale.

Le esigenze di investimento sono molteplici: progetti infrastrutturali per aumentare la connettività e ampliare le opportunità negli Stati Uniti. Politiche educative e di formazione professionale per la produzione di lavoratori qualificati, incoraggiare l'imprenditorialità e far crescere la base di talenti. Le politiche di immigrazione per produrre un'economia più solida e una forza lavoro più diversificata. Istruzione superiore per equipaggiare le future generazioni per il futuro senza schiacciarle con debiti. Assistenza sanitaria di alta qualità a prezzi accessibili per garantire sicurezza e produttività per ogni persona. Un'economia che sia equa e aperta a imprenditori e imprese di ogni dimensione. Un sistema fiscale progressivo che richiede ai ricchi di pagare la loro giusta quota. Un governo che non è in vendita al miglior offerente.
Alla base di tutto, dobbiamo rimanere vigili contro le minacce alle norme e ai processi democratici americani. Le elezioni del 2016 hanno sollevato l'allarme, ricordandoci che la democrazia non è una macchina autosufficiente. Dobbiamo lottare per questo ogni singolo giorno. Ciò significa proteggere il processo elettorale e chiarire che ci saranno gravi conseguenze per chiunque, straniero o domestico, che si intrometta con esso.
Le nostre norme democratiche ci impongono anche di rinnovare il nostro impegno per la giustizia. Le fratture nella società - ingiustizie razziali, polarizzazione politica, disuguaglianza economica - ci danneggiano dall'interno, lasciandoci vulnerabili a uno stufato tossico di odio e paura. La retorica odiosa alimenta il terrorismo domestico di ogni tipo, a Charleston o Orlando, Charlottesville o Pittsburgh. E dobbiamo rafforzare la nostra determinazione a garantire che ogni americano abbia pari accesso alle opportunità nella società e parità di giustizia e protezione sotto la legge. Dobbiamo farlo perché è moralmente giusto e perché è essenziale per la nostra forza nazionale.
CHE COSA È IN SCENA
La necessità di avere la nostra casa in ordine non è teorica. Che i nostri leader lo riconoscano o no, dopo anni come superpotenza solitaria del mondo, gli Stati Uniti stanno entrando in un nuovo periodo di competizione. La democrazia sta correndo a capofitto nelle ideologie del nazionalismo, dell'autoritarismo e della corruzione. La Cina è in aumento, usando la sua forza economica per rannicchiarsi sulla scena mondiale e offrire un modello in cui i guadagni economici legittimino l'oppressione. Per mascherare il suo declino, la Russia sta provocando la comunità internazionale con molestie opportunistiche e attacchi segreti. Entrambe le nazioni investono molto nei loro eserciti e in altri strumenti di potere nazionale. Entrambi sperano di plasmare sfere di influenza nella propria immagine e, infine, di rifare l'ordine globale in base alle proprie priorità. Se non riusciamo a far funzionare il nostro governo per tutti gli americani, quasi certamente ci riusciranno.
I dittatori che gestiscono questi paesi restano al potere non solo perché detengono popolazioni involontarie sotto il controllo brutale; mantengono anche il controllo attraverso politiche economiche corrotte che favoriscono le élite facoltose che le mantengono al potere. In Cina, il presidente Xi Jinping consolida il suo potere e parla di un "grande ringiovanimento", mentre le multinazionali che rispondono allo stato fanno miliare dalle élite del Partito Comunista. In Russia, il presidente Vladimir Putin attacca la libertà di parola e il nazionalismo dei fan, ma il suo vero potere deriva dall'attento intreccio del suo governo con le corporazioni gestite dallo stato comodamente controllate da oligarchi amici.
Altri paesi hanno imparato da questo approccio. Dall'Ungheria alla Turchia, dalle Filippine al Brasile, le élite facoltose lavorano insieme per accrescere il potere dello stato, mentre lo stato lavora per far crescere la ricchezza di coloro che rimangono fedeli al leader. Questo matrimonio tra autoritarismo e capitalismo corrotto è una minaccia diretta per gli Stati Uniti, perché mina il concetto stesso di democrazia. Consente alla corruzione di espandersi oltre i confini e consente ai leader autoritari di fomentare una crisi globale di fiducia nella democrazia. Società libere e democratiche, comprese quelle degli Stati Uniti, rischiano di scivolare verso la corruzione e la cleptocrazia, diventando democrazie solo di nome.
Nonostante queste crescenti minacce, il presidente Trump sembra troppo a suo agio con questo crescente autoritarismo. Si è vergognosamente dedicato a Putin, anche di fronte agli attacchi russi alla democrazia americana. Le sue politiche commerciali nei confronti della Cina stanno appena fermando l'insuccesso economico cinese. Invece di rafforzare le alleanze cruciali con il Giappone, la Corea del Sud e l'Europa, sta attivamente minandoli. E il presidente ha mostrato un inquietante entusiasmo per la replica del linguaggio e delle tattiche autoritarie a casa, mentre gli autocrati all'estero restituiscono il complimento usando le parole del presidente per giustificare i loro misfatti.
Gli Stati Uniti hanno vissuto guerre devastanti nel passato e nessuna persona sana di mente desidera invitare il conflitto tra grandi potenze in futuro. In effetti, molte delle prove del nostro tempo richiederanno cooperazione. Ma è essenziale essere onesti e chiari riguardo alle sfide che gli Stati Uniti devono affrontare. I nostri alleati democratici condividono i nostri valori e dovremmo unire le forze per proteggere non solo la nostra sicurezza collettiva ma anche i nostri ideali condivisi. In Europa, dovremmo lavorare con i nostri alleati per imporre sanzioni forti e mirate alla Russia per i suoi tentativi di sovvertire le elezioni, e dovremmo lavorare per aiutare i nostri alleati europei a sviluppare l'indipendenza energetica. In Asia, dovremmo incoraggiare i nostri alleati a migliorare la loro cooperazione multilaterale e costruire alternative alla diplomazia coercitiva cinese. Dovremmo anche rispondere agli sforzi della Cina per costringere le società straniere a consegnare tecnologie sensibili per ottenere l'accesso al mercato cinese e penalizzare il furto della proprietà intellettuale degli Stati Uniti.
In tutto il mondo, dovremmo promuovere in modo aggressivo la trasparenza, richiamare la cleptocrazia e combattere l'influenza strisciante della corruzione. E dovremmo stare con coloro che lottano coraggiosamente per l'apertura e il pluralismo a Mosca, a Pechino e oltre.
Around the world, we should aggressively promote transparency, call out kleptocracy, and combat the creeping influence of corruption. And we should stand with those who bravely fight for openness and pluralism in Moscow, Beijing, and beyond.

DOPO TRUMP

Il mondo stava cambiando prima che il presidente Trump entrasse in carica, e continuerà a cambiare dopo che se ne sarà andato. Non si può tornare indietro, ma possiamo modellare il mondo che ereditiamo.
Possiamo adottare una politica estera che funzioni per tutti gli americani, non solo per le élite facoltose. Possiamo proteggere gli interessi americani in primo luogo e soprattutto, riconoscendo che tali interessi sono meglio serviti quando sfruttiamo il supporto di alleati e partner. Possiamo riformare le istituzioni internazionali per renderle più flessibili e inclusive, pur mantenendo il ruolo di leadership globale degli Stati Uniti. Possiamo fare investimenti intelligenti per scoraggiare gli avversari e difendere il paese, bilanciando le nostre ambizioni con le nostre risorse. Siamo in grado di adattarci alle richieste e alle sfide tecnologiche del XXI secolo, progettando politiche che riflettono il mondo non come era ma come sarà. E possiamo riconoscere che il potere globale è generato qui a casa, ricapitalizzando l'economia americana e reinvestendo nella democrazia americana alle sue radici.
Niente di tutto ciò sarà facile, ma persistiamo. "L'America non è un paese che può essere confuso dagli appeaser, i disfattisti, i produttori di panico al piano di sopra", ha dichiarato il presidente Franklin Roosevelt nel 1941. Ha continuato: "Questa volontà del popolo americano non sarà frustrata, né dalle minacce di potenti nemici all'estero o da piccoli gruppi egoisti o individui a casa." Le sue parole suonano vere oggi.
Nonostante le minacce all'orizzonte, sono fiduciosa che possiamo perseguire una politica estera che funzioni per tutti gli americani, una politica che, per le generazioni a venire, salvaguardi il governo del popolo, per mezzo del popolo e per il popolo.

(.. I am confident that we can pursue a foreign policy that works for all Americans—one that, for generations to come, safeguards government of the people, by the people, and for the people.)

giovedì 18 ottobre 2018

Il Consorzio Franciacorta trova nelle soluzioni di Maxidata il partner tecnologico ideale per l’analisi e la gestione dei dati statistici



Nato nel 1990 per garantire e controllare il rispetto della disciplina di produzione del vino Franciacorta, il Consorzio Franciacorta conta oggi oltre 200 soci fra viticoltori e produttori vinicoli e rappresenta un vero e proprio punto di riferimento nel panorama enologico italiano. Fin da subito tra le principali esigenze del Consorzio vi sono state da un lato quella di garantire omogeneità nella raccolta dei dati e dall’altro quella di attivare un preciso percorso di studi e ricerche per essere in grado di sviluppare strategie coerenti con le richieste dei consumatori, avendo sempre come faro la qualità del prodotto. Grazie all’incontro fra il Consorzio Franciacorta e Maxidata Gruppo Zucchetti è nato così l’Osservatorio Economico Franciacorta, un sistema certificato per rilevare i dati globali di vendita dei propri associati.
Grazie a questo strumento si possono elaborare e presentare informazioni e riepiloghi statistici, utili a successive interpretazioni e considerazioni sull’andamento delle vendite e sul posizionamento dei prodotti tutelati nel mercato.
Per garantire ai nostri soci una visione completa ed allo stesso tempo dettagliata del panorama vinicolo della nostra zona avevamo la necessità non solo di rilevare i dati di produzione e commercializzazione degli associati, ma anche di ordinarli in modo rapido e immediatamente consultabile. Una necessità alla quale Maxidata Gruppo Zucchetti, con la sua esperienza oltre ventennale nel settore ha risposto nel modo più adeguato con una soluzione efficace e innovativa. – afferma il dott. Marco Piovani, responsabile Osservatorio Economico e Digital Media Relations del Consorzio Franciacorta– Adesso, infatti, le aziende aderenti dispongono di report mensili contenenti le più importanti statistiche a livello del territorio Franciacorta, ottenendo così un quadro generale completo e costantemente aggiornato. Contestualmente, il Consorzio può disporre di dati a livello aggregato utili per la pianificazione strategica delle attività di marketing e comunicazione”.

In una realtà specifica come il mercato vitivinicolo la gestione dei dati rappresenta una sfida importante per produttori e imprenditori, che grazie alle nostre soluzioni possono utilizzare al meglio le tecnologie per ottenere tutti i vantaggi che la digitalizzazione è in grado di offrire, senza per questo stravolgere la natura di questo settore – spiega Enrico Moroni, amministratore di Maxidata Gruppo Zucchetti – L’Osservatorio Economico, infatti, offre un sistema certificato capace di raccoglie e aggregare i dati provenienti direttamente dai registri contabili delle aziende associate in modo anonimo, per poi fornire, grazie a un software di analisi, dei report mensili fondamentali per valutare andamento e gestione delle aziende. Inoltre grazie all’integrazione con le altre soluzioni Zucchetti, siamo in grado di offrire ai nostri clienti la risposta migliore ad ogni necessità tecnologica, dalla fatturazione elettronica alla gestione del personale, in un’unica piattaforma

lunedì 16 luglio 2018

"L'Eutanasia dei Pensionati è proposta da Economisti, che Riescono a Vedere -SOLO l'Offerta- e non la Domanda" di Sen.Prof. Alberto Bagnai


LA STORIA: La narrativa di un popolo che invecchia e si spegne, ma viene salvato e rinvigorito praticamente ed idealmente dal meticciato è dura a morire.
Limigranti servono - recita la narrazione - per pagare Lepensioni italiane. Ciò poiché i (maledetti) vecchi-improduttivi litaliani li dobbiamo in qualche modo "mantenere".

Vecchio italiano = decadenza e debolezza.
Giovane limigrante = salute e forza.

 Obiettivamente è una narrativa che fa presa.

LA MORALE DELLA STORIA: Lepensioni sono l'archetipo della spesa-pubblica-improduttiva: un fardello (al pari, ovviamente, di chi le pretende). La dannazione.
Limigrante è l'archetipo del giovane produttore di surplus: poche pretese, molto vigore. La salvezza.

LA REALTA':McKinsey & Company è una multinazionale americana della consulenza strategica. Fucina di CEO (Google, American Express, Boeing, IBM, Westinghouse Electric, Sears, AT&T, PepsiCo), si stima abbia di 27.000 dipendenti e più di 10 miliardi di dollari di ricavi (fonte: Wikipedia inglese all'omonima voce).
Nel suo studio "Urban World :The Global Consumers to Watch" (Qui in stampa. Qui in video ) McKinsey ci dice che:

1) i pensionati ed anziani nelle economie avanzate aumenteranno di 58 milioni da qui al 2030. Gli over 60 rappresenteranno il 60% della crescita dei consumi nei centri urbani dell'Europa occidentale.

2) questo gruppo demografico (anziani e pensionati) contribuirà per il 40% alla crescita dei consumi per edilizia, trasporti, e svago negli USA. Ciò senza contare la spesa medica;

3) Nel 2011 in USA gli over 50 hanno acquistato 2/3 delle auto nuove, e gli over 55 hanno contribuito per il 45% alla spesa per il miglioramento dell'abitazione.

4) insieme al lavoratori attivi americani e cinesi questo gruppo (vecchi ed anziani nei paesi sviluppati) genererà il 50% della crescita di consumi globali urbani da qui al 2030. Questi tre gruppi insieme ridisegneranno il consumismo nei prossimi 15 anni. Ciò poiché il 75% dell'incremento dei consumi nel mondo deriverà non da nuova popolazione ma da consumatori che spendono di più.

LA MORALE DELLA REALTA':Vuoi vedere che da noi il nonno non è una scoria tossica ma invece una preziosa risorsa? Che sarà largamente lui a "mantenere" noi?

Vuoi vedere che i suoi consumi possono aiutarci moltissimo a uscire dal ventennio di massacro eurista ed a ricostruire una adeguata domanda interna ?

Vuoi vedere che la tasca del nonno è meglio riempirla con pensioni più alte?

Vuoi vedere che il rispetto per i propri Anziani e per il proprio Popolo alla fine paga?


(...si sa che gli economisti amano i ragionamenti controintuitivi, e sa anche che l'eutanasia dei pensionati, chissà perché, è proposta da quelli, fra gli economisti, che riescono a vedere solo l'offerta, e non la domanda. Ma un mondo di offerta senza domanda è un mondo in cui le aziende chiudono. Una cosa da tenere presente quando il decreto dignità passerà da noi...)